Un milione di vittime
Il 6 aprile l’aereo che riporta a casa i presidenti del Rwanda e del Burundi, di ritorno da una conferenza di pace, viene abbattuto da un missile: da quel momento si scatena uno dei genocidi più spaventosi della storia africana. Durerà cento giorni e le vittime saranno intorno al milione.

La comunità internazionale sottovaluta l’entità della tragedia che si sta compiendo.

In poche settimane i Rwandesi di etnia Tutsi sono quasi completamente annientati e gli Hutu moderati che si oppongono al massacro seguono la loro sorte; dal vicino Uganda interviene allora il Fronte Patriottico Rwandese, una formazione Tutsi in esilio, che riconquista il Paese e provoca l’esodo in massa degli Hutu, terrorizzati dalla prospettiva di subire la vendetta dei vincitori: centinaia di migliaia di profughi tentano inutilmente di varcare il confine e cercare rifugio in territorio congolese, tra Goma e Bukavu, sul lago Kivu.

L’intervento dell’ONU è tardivo: solo il 22 giugno il Consiglio di Sicurezza invia una missione umanitaria, l’“Operation Turquoise”, che consente il passaggio dei profughi in territorio congolese.

Tra questi vi sono migliaia di cittadini inermi, ma anche i responsabili dei massacri. Da quel momento le scorrerie dei ribelli Hutu e gli interventi repressivi dell’esercito rwandese si alternano, aggiungendo ulteriori tragedie a un paese che, negli anni successivi, sarà martoriato anche dalla guerra civile che opporrà Mobutu a Kabila.